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commemorazione Shoah

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Intervento del Sen. Sergio Zavoli in Aula del Senato del 27 gennaio 2015
in occasione della Commemorazione della Giornata della Memoria

testo stenografico dell'intervento

Signora Presidente, le parole del senatore Tronti hanno una tonalità tale che mi sento in imbarazzo ad aggiungere le mie alle sue. Non è più tempo di memoria. Essa attarda il presente e ritarda il futuro, si dice. A tale processo, che ha qualcosa di mostruoso, ha messo mano chi, avendo dell'esistenza e della storia un sentimento quotidiano e indistinto, vorrebbe liberarsi di ogni responsabile precedente. Toglierci la memoria significherebbe privarci di gran parte dell'identità e offrire alla storia l'alibi di un'innocenza che non ha mai avuto, non ha, ed è bene non abbia neppure domani. Essere uomini tutti i giorni deve pur costare qualcosa, compresi i ricordi. Memoria non è d'altronde l'accorato ricordo che si lascia scoprire in qualche archivio del tempo, né ha in sé il mondo delle cose capite e fraintese, affrontate e respinte.
Conosco la rete, la lusinga dolce e corruttrice di ciò che richiamo alla mente. So che cosa fu l'infanzia nella nostra Provincia, come in quell'età stordente fossimo illanguiditi dai desideri, attratti dalle corrusche virtù, guidati dai moniti, in attesa di destini più grandi di noi. Quella condizione contadina, costretta e angusta, quel continuo dormiveglia della ragione, che tratteneva insieme slanci e paure, quel vivere col petto in fuori e con le idee già pronte, in cui fu preso un tempo a suo modo felice, perché coincideva con la giovinezza, non c'è magia del ricordo che possa trasformarlo in qualcosa di meno goffo e patetico, finché un giorno le cose non volsero in dramma e poi in tragedia.
Certo, compito del dopo è di spiegarsi il prima e ciò implica una estrapolazione non soltanto politica della vicenda collettiva. Non mi richiamo all'abusata, declamatoria saggezza secondo la quale chi non sa giudicare la propria storia è destinato a riviverla: dico semplicemente che un Paese democratico e laico ha il dovere anzitutto di giudicare sé stesso ed il dovere solenne della razionalità, unito a quello ancora più grave della responsabilità.
L'atomica aveva reso tutti più scaltri e un poco più coscienti. Dopo Hiroshima e Nagasaki, per esempio, abbiamo teso l'orecchio alle parole dette come in confessione dai padri della nuova civiltà, a quelle di Albert Einstein: «Tutti i pacifisti devono avere uno scopo: convincere i popoli che la guerra è il colmo dell'immoralità»; e a quelle di Niels Bohr, Premio Nobel per la fisica, che confidò a Robert Oppenheimer: «Adesso, quando mi viene un'idea, mi prende anche una tentazione di suicidio»; o alla riflessione di Gandhi: «Il mondo è stanco di odio, la non violenza è la più alta qualità del cuore, è una lotta più attiva e reale della stessa legge del taglione»; o agli incubi del pilota che aveva guidato l'aereo dell'atomica su Hiroshima, che continuò a vedere ogni notte donne e bambini fondere come candele, ossessionato dal ricordo di quel giorno, quando era un bravo ragazzo, un soldato disciplinato - la definizione dei suoi superiori -, un povero imbecille inconsapevole, secondo quello che disse di sé più tardi; o all'avvertimento di Albert Camus: «Ci accorgiamo sempre di più che la pace è l'unica battaglia in cui valga la pena di battersi»; o al bilancio di Bernanos: «Ho visto tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che io fui».
Penso, infine, all'epigrafe di quel giudice di Norimberga che così bollò gli anni dell'ira: «Mai l'uomo aveva rinnegato tanto sè stesso, mai con tanta determinazione e ferocia».
Siamo ingrigiti nel troppo tempo concesso alla dimenticanza, persino alla menzogna. Adesso per giunta la storia non trascina più le cose con l'antica lentezza, ma sembra farle correre insieme con noi.
Lo storico Biagio De Giovanni ha scritto, con un filo, se volete, di paradosso che «d'ora in poi il futuro dovrà già essere di continuo nell'attualità, costringere la storia insomma a vivere con noi, sotto i nostri occhi, pronta a farsi giudicare, mentre o finché si è in tempo». Vivere la storia, insomma, criticandola, sbugiardandola, costringendola ad essere ciò che ci giova, non ciò che ci danneggia, subito e dal vivo.
È il caso - consentite qualche citazione sproporzionata - di Tucidide, il quale poté asserire di aver vissuto per intero la guerra del Peloponneso, o di Basil Liddell Hart, il grande storico militare che si rammaricava di poter disporre, per uno studio sulla Prima guerra mondiale, unicamente di autobiografie e di memorie, dalle quali apprendeva ciò che gli autori pensavano e sentivano dopo e non durante gli avvenimenti.
Tutto questo, quando la velocità della storia - così scrivono gli apocalittici - è «una continua rincorsa tra l'informazione e la catastrofe». Ma un uomo è un uomo per ciò che la sua storia gli ha aggiunto e gli ha tolto, per come ha vissuto le crescite e le privazioni, persino per il modo in cui essa perdura e si sfalda nella nostra memoria.
Chissà se, nel togliersi la vita, Primo Levi è stato assalito dal frastuono e dal silenzio lasciatogli dalla sua storia; proprio lui che ci ha ricordato le parole di Jean Amery: «uUn uomo che è stato torturato rimane torturato». Voglio pensare anch'io che Primo Levi sia morto di ricordo.
La memoria è, in qualche modo, ciò che ci permette di esistere e di esprimerci. «Essa - scrive Borges, uno scrittore, un poeta molto lontano dalle vocazioni e dall'esperienza di Levi - è la nostra coerenza, il nostro sentire, persino il nostro agire. Senza il ricordo non siamo nulla». Non resta che aspettare una sorta di amnesia finale che cancella una vita intera.
Più di settant'anni fa, un'avanguardia dell'Armata rossa entrava nel campo di Auschwitz. Il filosofo Theodor Adorno disse che non sarebbe stato più possibile scrivere una poesia. Credo che avesse ragione quando si pronunciava contro l'estetizzazione, per dir così, della sofferenza, giudicandola un modo di trasferire i contenuti dentro la cornice, pur nobile, dell'effetto e dell'enfasi, anziché del nudo giudizio. La tesi di Adorno, forse non del tutto paradossale, mi è parsa chiara ascoltando una donna ebrea intervistata nella trasmissione televisiva "I giorni e la storia": l'anziana signora, che aveva perduto a Dachau tutti i suoi cari ed era sfuggita non si sa come alla camera a gas, dichiarava di voler vivere a lungo perché, morto chi vide, nessun altro, neppure il più reputato degli storici o degli scrittori o dei poeti potrà rendere credibile quel crimine. Un giorno, voleva dire la donna, tutto rimarrà affidato alle volenterose, ma incredibili rievocazioni ideologiche, alle rappresentazioni drammaturgiche, se non addirittura all'ingenua superfetazione dei cantastorie.
Un grande salto generazionale, inedito nella sua irrevocabilità, ha come cancellato vita e morte di chi visse l'onta immane del secolo, la shoah. Oggi il mondo ha una memoria che comincia al di qua dell'immane peccato del cosiddetto "secolo breve", cosiddetto "breve" perché stordito e sopito dagli effetti della velocità che l'etere ha impresso a tutto quanto sta sul pianeta.
Ho visto e ascoltato i nostri giovani stupirsi per il ricrearsi di uno scenario nel quale abbiamo visto la vita come dimezzata, rubata, bruciata e adesso persino negata, sebbene 50 milioni di croci siano lì per tutti, non solo per chi c'era, a dire che la memoria non è una sbiadita coscienza, che ha già concluso il suo cammino, ma ciò che tiene in vita quella coscienza, perché ricordare nel senso che oggi qui intendiamo è semplicemente un dovere etico e farne passare la lezione lungo le generazioni è una pedagogia paterna, cioè fondata su un amore anche di carne e spirito, prima ancora che civile, che scorre, direi, nelle vene della continuità filiale prima ancora che sulle pagine dettate dalla storia.
Un giovane, Simone Lusso, scrisse a Indro Montanelli - ricordo bene lo sconcerto di Indro e nostro quando leggemmo in quella stanza - dicendosi straziato alla vista del massacro di migliaia e migliaia di giovani nel film di Spielberg "Salvate il soldato Ryan" e chiedendo allo storico, oltre che al giornalista, quale fondamento avesse la tragica vicenda. Montanelli rispose: «Caro Simone, quanti anni hai? Penso che siano pochi, proprio pochi, se ti stupisci che la Seconda guerra mondiale sia costata la vita a tanti giovani come te o poco più vecchi. Chi vuoi che le facciano, le guerre, se non i giovani? Nell'ultima ne sono morti (...) non a migliaia, ma a milioni. E tu hai dovuto aspettare un film per rendertene conto? Non avevi mai letto un libro sulla Seconda guerra mondiale? (...) Il mio è soltanto stupore per l'ignoranza, che rilevo dalle lettere dei miei più giovani corrispondenti, dei fatti (e che fatti!) accaduti non nel Medioevo, ma pochi decenni or sono. (...) Ragazzo mio». Montanelli, che di norma non faceva sconti, per la verità neppure a se stesso, aveva risparmiato al suo lettore la notizia che in quegli anni passarono per il camino 6 milioni di ebrei e che quel genocidio si chiama shoah.
Ma con chi prendersela? Solo con quei ragazzi, o con una scuola che sforna cittadini privi dei più elementari saperi, giovani sprovveduti e immaturi?
«Tutto quello che non so» scrisse Ennio Flaiano «l'ho imparato a scuola», non risparmiando certo maestri, insegnanti e docenti che ricevevano ben poco, per la verità, dalle loro rispettive istituzioni, o granché per il sacrificio che loro consumavano ogni giorno in nome della crescita e della verità, in un Paese dove la storia non ha diritto di asilo, almeno per quanto riguarda ciò di cui stiamo parlando. Ma è impossibile, come inutile, chiedersi quale sia il destino dell'uomo, perché noi, tutti noi, siamo il nostro destino.
Leggo a caso da questi appunti, che ho stilato poco prima di leggerveli. È un concitato momento della nostra politica ed è l'affollarsi quotidiano dei suoi problemi, così si sente dire a ridurci così, con la tentazione di dimenticare, con l'idea che sia meglio allevare i nostri ragazzi nel disincanto e nell'idea che il mondo sia migliore di quanto si descrive e che quindi varrà la pena di installare l'ottimismo anziché lasciare i giovani nell'idea di essere pressoché irrilevanti nella vita del nostro Paese.
Una cosa è certa. Il mondo oggi ha una memoria che comincia al di qua di quell'immane peccato. Ho in mente un esempio, ingenuo e tremendo, risvegliatomi dall'innocenza dei bambini intervistati tanti anni fa, durante la lavorazione di "Piazza Giudia", un breve documentario destinato a Tv7.
In un intervallo delle riprese mi venne vicino un ragazzetto che, con una punta di zelo, mi dice: «Il mio nonno e la mia nonna sono usciti da un camino dopo che li hanno bruciati insieme a molti altri familiari. D'inverno non guardo più i tetti. Mi fa impressione vedere il fumo che esce».
Una bimbetta mi portò una vecchia foto. L'aveva presa da un cassetto e mi domandava se volevo filmarla. Fece di più. A un tratto disse: «Se vuole, può anche tenerla. Ne abbiamo tante. Sono persone tutte morte. Erano i miei genitori, i fratelli, i parenti. Mi hanno detto che io avevo solo qualche mese e non li ho visti. Non mi hanno potuto vedere e così non sono morta».
Basta una generazione e, per i ragazzi di oggi, dietro c'è solo il buio. Ai cancelli dell'Olimpico si presenta un giovane dall'aspetto civile, che reca un cartello su cui è scritto: "Ebrei: gasati o Ferrarelle?" Un agente glielo sfila dalle mani e questi gli tira un calcio in uno stinco. L'agente, con procedura d'urgenza e fuori ordinanza, gli sfascia il cartello sulla testa. Qualche applauso, ma anche qualche protesta. È un lascito di qualcosa che continua a durare. È l'equivoco, il pregiudizio, l'ambiguità, l'ignoranza.
C'è dunque un motivo oggi per tornarci su. Abbiamo fatto il nostro dovere. Un sentimento speriamo ritrovato, e non solo in quest'Aula, perché non si debba più dire, di fronte alla tragedia di quegli anni, che le farfalle (che nacquero insieme a noi, il giorno della creazione) continuavano a posarsi indifferentemente sui vinti uccisi e sui vincitori addormentati.
La dignità dell'uomo non tollera una metafora assurda, che ha solo l'apparenza poetica, in realtà di una natura quasi naturalistica, che fa un tutt'uno di chi di la onora e di chi la calpesta.

Quanto al negazionismo, è già scellerata e persino infame solo la parola.
(Vivi, prolungati applausi. Molte congratulazioni).


 
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