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Emmaus di Alessandro Baricco

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titolo: BARICCO E GLI ATTACCHI DEI GESUITI

Afferma lo scrittore: "La critica ha perso la sua missione..Finché non sono finito in classifica ho raccolto solo giudizi favorevoli. Poi tutto si è ingarbugliato. Recensori senza galateo e vera passione, io ho vissuto quel che narro in Emmaus"


articolo scritto per il Corriere della Sera da Paolo Di Stefano, e pubblicato il 19 aprile 2010


«Ho scritto western, storie dell’Ottocento, storie di pugilato, di guerra civile, di transatlantici, ma solo in Emmaus ho raccontato cose che ho vissuto e che conosco in ogni singolo particolare».
L’ultimo romanzo di Alessandro Baricco (pubblicato da  Feltrinelli) racconta di quattro bravi ragazzi che credono in Dio, vivono in famiglie piccolo-borghesi, fanno volontariato in ospedale, suonano in una band durante la messa, non fanno sesso. Siamo negli anni Settanta a Torino, dove ci sono adolescenti come i protagonisti del libro e ci sono le sirene di un altro mondo, che è quello dell’alta borghesia, ricca, immorale, imprudente, scandalosa.
È un Baricco sorprendente, che ci parla anche di sé, del suo passato, del piccolo giro di coetanei in cui è cresciuto. È un Baricco che ha stupito molti recensori, ma che non è piaciuto ad altri, per esempio ad Antonio Spadaro, gesuita della Civiltà Cattolica,
attratto (e deluso) dal richiamo evangelico presente sin dal titolo:
«Mi infastidisce soprattutto» dice Baricco «il fatto che si dia per scontato che racconto vicende di cui non conosco niente. La religiosità che ho vissuto nell’adolescenza è una scelta di vita rigorosa, una passione enorme, profonda e autentica che inevitabilmente, a quell’età, ti porta a un certo livello di disadattamento, una fede che richiede un compito dolorosamente superiore alle tue forze. Per questo vieni strappato in due direzioni opposte: da una parte Dio, dall’altra le ragioni della vita. Io ricordo distintamente che ci sentivamo tutto e potevamo diventare tutto: preti, assassini, drogati. La variazione era uno spostamento laterale causato da un’inezia. Ma in quell’esser tutto c’erano un’intensità e una ricchezza che raramente si riscontravano in altri giovani».
Uno dei rimproveri su cui insiste Spadaro è che si tratta di una storia zeppa di cliché e per di più poco credibile. I quattro ragazzi, fermi nelle loro convinzioni religiose ma nel contempo affascinati dalle perversità del mondo (in particolare quelle della sensualissima André) al punto da lasciarsene inghiottire, sarebbero delle «parodie di sé stessi». Baricco non sembra scomporsi troppo.  Né caldo né freddo?
«Altroché, tutto mi fa caldo e freddo, tutto mi colpisce e non conosco il cinismo. Comunque è chiaro che se scrivi un romanzo come Emmaus, il meno che ti possa capitare è che il mondo cattolico reagisca, e anzi mi ha stupito che la voglia di sdegnarsi non sia arrivata prima».
Quello di Emmaus è, secondo Spadaro, un mondo «diviso rigidamente in due», ma se lo fosse davvero i ragazzi di Baricco non avrebbero la tentazione di scoprire che cosa c’è dall’altra parte, come fanno, a uno a uno, fino a scivolare nella tragedia: Luca suicida per un senso di colpa, Bobby risucchiato nella droga, il Santo accusato di aver fatto fuori un travestito. Un’esagerazione?
«Emmaus è la sintesi di tanti destini che ho visto. La letteratura è questo. Fondere molte storie e molti destini della vita in un’unica figura molto intensa: una balena (perché una sola?) che segue una nave (perché quella nave?)».
Resta fuori dal romanzo l’incandescenza politica di quegli anni. E Baricco lo sa bene, ovvio:
«A Torino, in un certo periodo, sparavano quasi ogni giorno. Ma quella cosa tanto spettacolare e accecante riguardava una cerchia ristretta di persone. Gli altri vivevano vite immense. Questo per me ha un fascino enorme. Senza scoprire le vite nascoste, da un punto di vista storico non possiamo capire gli anni Settanta. Leggendo l’ultimo libro di Giovanni De Luna – la cronaca agghiacciante di quegli anni, il catalogo delle lotte – ho pensato che si tratta dell’altra faccia del mio romanzo e che la realtà è la somma dei nostri due mondi».
E poi c’è la questione della voce che narra. A cui il critico cattolico non sembra dare molto credito. Una faccenda di verosimiglianza. Spadaro, quasi stesse dalla parte dell’oralità iperrealista che trionfa oggi, si chiede come possa un sedicenne parlare così.
«Non è una storia raccontata da un ragazzino, perché in un unico timbro c’è il tempo passato, sono testimoniate tutte le voci e tutti i pensieri della sua vita, compreso il suo essere stato adolescente. Sono acrobazie riservate solo alla letteratura, difficili da fare, ma facili da capire per un critico».
La critica. Qualche anno fa Baricco se la prese con le battute che Pietro Citati e Giulio Ferroni riservarono al suo romanzo Questa storia. Ora, seduto a un tavolone nella sede vecchiotta ed elegante della sua Scuola Holden, Alessandro riprende il concetto:
«Mi ribellavo alla cattiva abitudine di liquidare con una frase un autore che invece meriterebbe o il silenzio o un giudizio serio. Era la ribellione a un malcostume, come se la gente buttasse la spazzatura per strada».
Ora però che gli elogi e le stroncature argomentate, come quella – piaccia o no – di Spadaro, sono arrivate, non c’è più molto da lamentarsi:
«In realtà sulla critica non ho idee precise. Non saprei aggiungere molto a quel che dice Anton Ego in Ratatouille». Ego è il temuto critico gastronomico del cartoon Disney del 2007. Il quale ammetteva: «La triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale».
Oggi però la critica letteraria rischia di essere sostituita dalle impressioni, autentiche sì ma superficiali, dei blogger che frequentano il web:
«Lo scrittore può tenerne conto: per Gadda era più difficile capire la pancia del lettore, ma la letteratura ha sempre bisogno del mestiere del critico, ed è un peccato
capitale se non viene esercitato con coraggio e serietà
».
Nel suo caso, è cambiato l’atteggiamento dei critici da Castelli di rabbia in poi?
«Finché non sono finito in classifica ho raccolto solo pareri favorevoli ». Poi? Ride: «Poi tutto si è ingarbugliato e adesso le critiche sono sempre uguali. È raro trovare passione e autentica attenzione per quel che faccio, ma mi va bene così».
Altri tipi di malcostume critico?
«Raccontare le trame dei libri: un vezzo che talvolta sconfina nell’ineducazione di svelare il finale. È una faccenda di galateo. Un talento del critico è farti capire in cinque righe che cosa racconta un romanzo».
In compenso, c’è anche il malcostume di scrittori che si promuovono con proclami di poetica che somigliano ad autocelebrazioni:
«Mi infastidiscono. All’inizio è inevitabile cercare di legittimare quel che scrivi con una teoria più complessiva. Capisco Saviano, pur non essendo d’accordo neanche su una parola: anch’io l’ho fatto, con meno audience».
E il manifesto di Wu Ming sull’Italian Epic?
«Lo conosco meno, anche perché mi ha annoiato quasi subito. Un esempio virtuoso, invece, è quello di Lucarelli, che da giovane diceva che il genere è uno strumento per leggere il mondo. Da allora il concetto è passato».
In vent’anni, la narrativa italiana si è trasformata, si è aperta, si è contaminata:
«Il panorama è cambiato completamente ed è molto più interessante adesso. L’inizio degli anni Novanta era un passaggio molto debole per la letteratura, l’Italia dei grandi era finita e non c’erano giovani che portassero avanti cose nuove. Era un mondo in cui Treno di panna di De Carlo sembrava una bomba, in realtà era un buon libro come oggi se ne scrivono tanti. Ricordo che quando ho cominciato, il primo Veronesi, De Carlo, Del Giudice erano gli unici autori italiani che riuscivo a leggere. Oggi la situazione è molto più ricca».
Dicono che le scuole, come la Holden, hanno finito per omologare la letteratura:
«Basta prendere dieci scrittori usciti da qui - Longo, Cavina, Giordano, Vasta, Santangelo e altri - e si troveranno dieci libri diversi. Quindici anni fa il timore dell’omologazione l’avevo anch’io, ma ormai il problema vero è capire il cervello dei ragazzi, cercare di non insegnargli un mondo che è morto ma un mondo che è vivo. L’interrogativo è se insistere sul passato o lasciar perdere e accogliere il cinema svedese o quello di Hong Kong piuttosto che far leggere Madame Bovary. Ma chi insegna sa benissimo che deve affinare la voce irripetibile del singolo».
Voci irripetibili subito pronte per i premi maggiori, com’è successo a Paolo Giordano. Pare che ormai non ci siano che esordienti:
«Il fatto è che c’è una bella fetta di scrittori non esordienti che rinuncia ai premi: Benni, De Luca, Camilleri... Io  ho smesso di andare ai premi da tempo, non nesono fiero ma vivo meglio così. La politica editoriale Mondadori ha trascinato dietro di sé un certo modo di vedere le cose».
Giovanilista?
«È un modo che rende molto difficili le cose ai giovani, una strategia magari dorata all’inizio ma che nella durata crea seri problemi, le troppe attese ti sottraggono la possibilità di crescere tranquillamente. Gli scrittori sopravvissuti a un grande successo iniziale sonopochissimi, nel mondo, non solo in Italia. Io augurerei a tutti gli esordienti il mio stesso destino».


 
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