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Roma 1960, il ricordo di un tredicenne

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EMOZIONI IRRIPETIBILI

 



Nell’agosto del ’60 avevo da pochi mesi compiuto tredici anni. A giugno ero stato promosso a pieni voti in terza media (frequentavo la scuola Daniele Manin all’Esquilino) ed ero contentissimo di poter passare l’estate senza alcun problema di studio, e di poter così seguire, prevalentemente dalle pagine del Corriere dello Sport, come Roma si stesse preparando ad ospitare i Giochi Olimpici.  
Tra l’altro, avendo potuto godere sin da quando avevo dieci anni di una certa “libertà genitoriale vigilata” (ndr: perché mi riconoscevano essere un ragazzino con la testa sulle spalle…), quando riuscivo a proporre un “piano serio, preciso e dettagliato” come pretendeva mio padre, mi era periodicamente consentito di effettuare dei “personali sopralluoghi” nelle zone che sarebbero state interessate ai Giochi, per vedere l’evoluzione dell’apparato organizzativo.
Ciò, ovviamente, nella cosiddetta “misura in cui” mi sarebbe stato concesso, considerate le tante transenne, i divieti d’accesso e le staccionate attorno ai cantieri. Per me comunque pur se un gioco o un simpatico diversivo, il tutto era una cosa seria: sentivo tanta eccitata curiosità per i Giochi che di lì a poco si sarebbe svolti Roma. Non vedevo l’ora che iniziassero! Il fatto è che avevo (ed ho sempre avuto) un legame “congenito”,  se volete “biologico”, con le Olimpiadi.
Già da quando avevo nove anni, ricordo, seguii con “matura attenzione” le notizie che arrivarono da Melbourne, nel 1956. Ma il cosiddetto “colpo di fulmine” coi “cinque cerchi” me lo provocò un testimone diretto di quella esperienza australiana, Giovanni Proietti, amico e frequentatore della mia  famiglia, che nel 1956 era stato il CT della squadra azzurra di ciclismo (ndr: i cui atleti vinsero tre medaglie d’oro, una d’argento ed una di bronzo). E il “sor Giovanni”, come mi permettevo di chiamarlo in modo familiare, in più di una occasione mi aveva raccontato del viaggio in nave verso l’Australia, degli allenamenti sui rulli durante la traversata, delle imprese dei suoi ragazzi e di tante altre avventure inerenti quell’evento Tornando ai miei tredici anni, poter vivere quindi l’atmosfera delle Olimpiadi addirittura nella mia città, a pochi chilometri da casa mia, era una situazione che mi faceva letteralmente impazzire!
Erano in particolare tre gli impianti “privilegiati” sotto mio …controllo: il Velodromo Olimpico, il Palazzo dello Sport e la Piscina delle Rose, tutti in zona EUR. Un’altra area “posta sotto la mia supervisione” era la via Olimpica, ma qui il discorso si faceva molto più serio e complicato per tantissime ragioni, anche perché lì potevo effettuare le mie ispezioni solo in bicicletta, ed in tal caso il “piano serio, preciso e dettagliato” di cui sopra doveva essere …dettagliatissimo! La zona EUR, oltre ad essere più accessibile, mi affascinava; mi dava l’impressione di essere all’estero (…anche se fino a quel momento non ero mai stato fuori dall’Italia). Tutto era maestoso. Eppoi all’E42 (come chiamava mio padre e tutti i romani d’allora quel nuovo quartiere voluto da Mussolini per ospitarvi l’Esposizione Universale nel 1942) si arrivava facilmente, grazie alla “nuova” Metropolitana, mezzo anch’esso affascinante ed avveniristico (ndr: …certo non avrei mai pensato che quelle stesse vetture avrebbero circolato fino a qualche mese fa sui binari della Roma Ostia!).
Insomma quelli per me erano i primi passi nell’ambiente sportivo, ed ero entusiasta di tutto ciò che stava accadendo. All’epoca, cioè nel ’60, dovete sapere che portavo ancora i “calzoni corti”, come d’altronde era uso per i maschi fino al completamento delle scuole medie inferiori , almeno nelle famiglie di operai o della piccolissima borghesia popolare cui io appartenevo. Questo particolare però incideva minimamente, se non per nulla, sui miei movimenti in città: anzi, dato che quell’estate si presentava particolarmente torrida, la cosa aveva i suoi vantaggi di “carattere termico”.
Tornando agli impianti sotto la mia supervisione, in realtà essi erano già stati completati da alcuni mesi. I miei sopralluoghi non arricchivano più di tanto la mia conoscenza: certo però che poi dovevo dar spazio alla mia inventiva per raccontare a mio padre i “vari stati d’avanzamento”. Al ritorno da quelle …missioni, lui ascoltava il mio “dettagliato rapporto” con attenzione, anche se,  col senno di poi, credo di aver capito che sapeva benissimo che molta di quella narrazione era oggetto della mia sviluppata fantasia. Ma faceva finta di niente: anzi, spesso si complimentava quando gli raccontavo, con un eloquio da ministro dei lavori pubblici, “i significativi passi in avanti” di tutto l’apparato!
Il  Velodromo Olimpico era il mio impianto preferito. Avevo letto, sempre sul Corriere dello Sport, che la pista era meravigliosa, la più scorrevole del mondo: lo aveva dichiarato alla stampa il CT della pista, Guido Costa, il “mago” come era chiamato nel mondo del ciclismo. Mi ricordo che due o tre volte ho tentato il tutto e per tutto per cercare di entrare nell’impianto: una volta mi mischiai in mezzo ad un gruppo di militari che facevano servizio per trasportare qualche merce, probabilmente delle bandiere. Regolarmente però venivo bloccato dal custode, Luigi Federici, indimenticato dipendente CONI, che poi a novembre dello stesso 1960 avrei conosciuto nella mia qualità d’Allievo del primo corso del Centro Coni di Ciclismo di Roma: fu infatti lui, il “sor Giggi”, il primo istruttore che mi insegnò a girare su quella incantevole pista!  
Ma le emozioni dovevano ancora tutte esplodere. Infatti, arrivata l’antivigilia delle Olimpiadi, ricevetti da mio padre due regali meravigliosi: il biglietto in curva, posti in piedi, al Velodromo Olimpico, per la sera del 26 agosto, ove in programma c’era l’assegnazione della prima medaglia per la pista, quella del chilometro con partenza da fermo, dove l’Italia era rappresentata da Sante Gaiardoni. L’altro grande regalo fu una”tessera speciale” di quindici giorni, emessa per l’occasione olimpica dall’ATAC per i turisti, così da poter girare in santa pace su tutte le linee tram, autobus e filobus di tutta Roma. Quella tessera per me quello fu il primo “lasciapassare” che mi diede un senso di libertà che forse non ho più provato nella mia vita!  
Ma a questi due favolosi regali, se ne aggiunse, anch’esso inaspettato, un terzo:  il giro in automobile per Roma la sera dell’accensione della fiaccola olimpica in Campidoglio! Un tour indimenticabile che fece assieme alla mia famiglia (cinque persone: papà, mamma e noi tre fratelli,  ragazzi dai 9 ai 18 anni) ed a mio zio paterno, con la moglie (cioè mia zia) e con la figlia di 7 anni (cioè mia cugina). In tutto eravamo otto persone. Ma il mezzo di trasporto utilizzato non era un pulmino, come la logica potrebbe far immaginare, tutt’altro! Quel fantastico giro lo facemmo su una sgangherata Topolino Giardinetta (…quella con le fiancate in legno!), tutti appollaiati e costretti all’interno della vettura. Ma l’emozione annullò completamente ogni disagio.
Ricordo tantissima confusione, tantissimo traffico, tantissima eccitazione, tantissima illuminazione per le strade. E poi mi colpirono molto i sovrappassi pedonali in ferro sulla via Olimpica, ed i nuovi lampioni stilizzati, che facevano una luce bianca. Non credo che riuscimmo a vedere il tripode acceso nella piazza del Campidoglio: probabilmente ci fermarono ai piedi della meravigliosa scalinata che porta al piazzale davanti al Palazzo Senatorio. Ma a tredici anni si sogna ad occhi aperti, ed io mi immaginai tutti i particolari di quella toccante cerimonia. Ricordi che porto ancora intatti dentro di me, e che poi furono certamente arricchiti dalle immagini viste successivamente in televisione o nei cinegiornali dell’epoca.
Indescrivibile fu poi l’esperienza di poter assistere ad una gara olimpica, al Velodromo, e questo sebbene la gara in programma, come ho già detto, fosse il chilometro da fermo, che per gli spettatori è  da sempre la specialità più noiosa in assoluto del ciclismo. Sugli spalti c’era una eccitazione da derby: tra l’altro al mattino quattro corridori italiani, Trapè, Bailetti, Cogliati e Fornoni, avevano vinto sul percorso stradale Roma-Ostia-Roma della Cristoforo Colombo la medaglia d’oro della 100 km a squadre, una disciplina tutta potenza e concentrazione (…purtroppo quella gara fu funestata dalla morte per collasso di un ciclista della squadra danese, Knud Enemark Jensen, vittima del caldo e di qualche micidiale mistura dopante!). Il trionfo di Sante Gaiardoni fece esplodere gli spalti. Io ho urlato dal primo all’ultimo metro durante la gara del grande atleta veronese, che ebbi poi modo di conoscere negli anni successivi. Ricordò istante per istante il suo giro d’onore, quando passò sotto la curva e rispose felice alle grida entusiaste di noi tifosi, aggrappati alla rete della balaustra! E ricordo ancora l’emozione dell’inno nazionale durante la cerimonia di premiazione: quelle note mi crearono una commozione totale che, devo ammetterlo, non ho mai più sentito, nemmeno quando, nelle mie tante successive occasioni professionali da dirigente tecnico di una squadra azzurra ai mondiali o alle Olimpiadi, ho avuto il piacere di veder salire sul gradino più alto del podio un ciclista italiano. Può sembrare assurdo, ma è così.
Concludo infine questo “excursus memoriae” di ragazzino tredicenne coi calzoni corti, ricordando brevemente l’atmosfera speciale che Roma seppe offrire in quei giorni di fine agosto, primi di settembre. Potete certamente immaginare “come e quanto” utilizzai la favolosa tessera speciale dell’ATAC che mi permise di girare in lungo ed in largo la mia città. Uscivo alle otto di mattino per rientrare attorno alle venti. Con a tracolla un “sacchetto da rifornimento”, di quelli che usano i ciclisti in gara,  con dentro quattro “rosette” ripiene (mortadella, stracchino, o marmellata) e due mele per la pausa pranzo o per placare qualche attacco di fame, cercavo di non perdere nemmeno un minuto di quella vivacità e di quella allegra frenesia che caratterizzò la Capitale in quei diciotto giorni dal 26 agosto all’11 settembre. Qualsiasi persona che incontravo e che mi sembrava fosse straniera, la credevo in qualche modo coinvolta nei Giochi, e mi chiedevo: “sarà un atleta? un tecnico? un giornalista?” E lì a fantasticare, mischiando la mia fantasia coi risultati agonistici che quotidianamente studiavo a memoria grazie alle pagine del Corriere dello Sport. Insomma sentivo “sulla mia pelle” che Roma stava vivendo giorni irripetibili.


 

L'articolo, a firma di Augusto Rosati, è stato pubblicato sullo Speciale Olimpiadi di Roma, dal titolo "50 anni fa la nostra Olimpiade", edito dall'Associazione Pensionati del CONI (per sfogliare la rivista on line, cliccare qui)

 
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