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Da Twain a Mailer, storia delle censure
articolo di Michiko kakutani* pubblicato su Repubblica il 24 gennaio 2011


L´idea di poter intervenire sulle opere per renderle "inoffensive" ha, purtroppo, una lunga tradizione. Ma cambiare i testi di un autore dovrebbe essere vietato in nome della proprietà intellettuale


«Tutta la letteratura americana moderna», ha scritto Ernest Hemingway, «discende da un libro di Mark Twain che si intitola Huckleberry Finn». L´essere un classico per antonomasia non ha risparmiato Le avventure di Huckleberry Finn dall´essere proibito, espurgato e censurato a colpi di bip. Non ha protetto il romanzo dall´essere ripulito, aggiornato e "migliorato".
L´ultimo tentativo di bonificare Huckleberry Finn viene da Alan Gribben, professore di inglese alla Auburn University di Montgomery, in Alabama, il quale ha curato una nuova edizione del romanzo di Twain in cui la parola "nigger" (negro) è sostituita dalla parola "slave" (schiavo). Il termine "nigger", che nel libro compare più di 200 volte, era un epiteto razziale comune negli stati del Sud prima della guerra di secessione e Twain lo usa come facente parte del gergo dei suoi personaggi, ma anche come riflesso degli atteggiamenti sociali esistenti sulle rive del Mississippi alla metà del XIX secolo (...).
E´ scontato che su Huckleberry Finn scoppino puntualmente delle controversie. Nel 2009, poco prima dell´insediamento di Barack Obama, il Seattle Post-Intelligencer pubblicò l´articolo di un insegnante di scuola superiore, John Foley, il quale asseriva che Huckleberry Finn, Il buio oltre la siepe e Uomini e topi non dovrebbero più rientrare nel curriculum scolastico (...).
Non abbiamo ancora imparato che togliere dei libri dal curriculum serve soltanto a impedire che gli studenti entrino in contatto con i classici della letteratura? Peggio ancora, solleva gli insegnanti dalla responsabilità fondamentale di collocare questi libri nel loro contesto; di aiutare gli studenti a capire che Huckleberry Finn, in realtà, rappresenta un formidabile atto d´accusa contro lo schiavismo (di cui il negro Jim è il più nobile protagonista). Censurare o correggere i libri da leggere nelle scuole è una forma di negazione: è chiudere la porta su realtà storiche dure, abbellirle o fare finta che non esistano. Il tentativo del professor Gribben di aggiornare Huckleberry Finn, come l´affermazione del professor Foley che si tratta di un libro vecchio e che "siamo pronti per cose nuove", ratifica la convinzione narcisistica contemporanea che l´arte debba essere inoffensiva e accessibile; che i libri, le opere teatrali e la poesia di altri tempi e luoghi debbano, in qualche modo, rendersi conformi agli ideali democratici odierni. E´ ciò che avvenne con i tentativi politically correct degli anni Ottanta di esiliare dal canone letterario grandi autori come Conrad e Melville perché nelle loro opere non ci sono abbastanza donne o perché vi si proiettano atteggiamenti colonialisti.
I testi originali degli autori dovrebbero essere una proprietà intellettuale sacrosanta, che un libro sia un classico o meno. Manomettere le parole di uno scrittore mette in evidenza la straordinaria arroganza dei curatori e l´atteggiamento superbo adottato da un numero sempre maggiore di persone in questi tempi di ibridazioni, campionamenti e libri digitali, un atteggiamento secondo il quale tutti i testi sono intercambiabili, e quindi i lettori hanno il diritto di alterarli a loro piacimento, perché l´idea stessa della paternità letteraria è passata di moda.
I tentativi di bonificare la letteratura classica hanno una lunga e mediocre storia. Dai Racconti di Canterbury di Chaucer a La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl, tutto è stato messo in discussione o ha dovuto subire i rimaneggiamenti di curatori ansiosi. Ci sono state perfino versioni purificate della Bibbia (tutto quel sesso e quella violenza!) A volte, la voglia di espurgare (se non di vietare totalmente) viene dalla destra, dal mondo evangelico e conservatore, preoccupato delle bestemmie, del linguaggio profano e delle allusioni sessuali. In altri casi, la spinta a bonificare viene dalla sinistra, desiderosa di imporre la propria visione del mondo femminista e multiculturale e preoccupata di non offendere gruppi etnici o religiosi. La versione cinematografica del Mercante di Venezia di Michael Radford, uscita nel 2004 (con Al Pacino nel ruolo del protagonista), ha rielaborato l´opera offrendo uno Shylock più gentile e compassionevole e smussando le domande difficili sull´antisemitismo. In modo ancora più assurdo, una compagnia teatrale britannica, nel 2002, ha cambiato il titolo del suo allestimento de Il gobbo di Notre Dame in Il campanaro di Notre Dame. Che vengano dai conservatori o dai liberali, c´è un aspetto paternalistico da Grande Fratello. Noi censori dobbiamo proteggerti, delicato e sprovveduto lettore. Noi curatori dobbiamo sorvegliare gli scrittori (perfino quelli di altri tempi), che potrebbero aver scritto cose offensive per qualcuno in un dato momento. Come ha scritto nel 1969 Noel Perrin, nel suo libro Dr. Bowdler´s Legacy: A History of Expurgated Books in England and America, i vittoriani spiegavano la propria avversione per le opere pittoresche e disinibite di autori come Laurence Sterne e Henry Fielding invocando il principio del "progresso morale" e la propria superiorità etica: "Nel XVIII secolo e ancor prima, la gente non si offendeva per certi brani volgari perché era volgare essa stessa".
Nel 1807, Thomas Bowdler – medico inglese al cui nome si ispira il verbo bowdlerize (espurgare) – pubblicò con sua sorella la prima edizione di uno Shakespeare espurgato, a suo parere più adatto a donne e bambini dell´originale, con il suo linguaggio licenzioso e i suoi volgari doppi sensi (...). Questo è l´equivalente accademico del puritano Ed Sullivan che, nel 1967, costrinse i Rolling Stones a cantare "Let´s spend some time together" invece di "Let´s spend the night together". O di Cole Porter che, in "I Get a Kick Out of You", dovette cambiare "cocaine" con "perfume in Spain". A volte gli scrittori sono spinti a usare degli eufemismi dagli editori. Rinehart & Company persuase Norman Mailer a usare "fug" invece di "fuck" nel suo romanzo Il nudo e il morto del 1948. In seguito, Mailer disse che quell´incidente lo mise in "un grande imbarazzo". L´agente letterario di Tallulah Bankhead avrebbe raccontato ai giornali, infatti, che gli disse: "Oh, salve, lei è Norman Mailer? Lei è quel giovanotto che non conosce l´ortografia". Alcuni anni dopo, la Ballantine Books pubblicò una versione espurgata di Fahrenheit 451, il famoso classico di fantascienza di Ray Bradbury sulla messa al bando dei libri, in cui erano state cancellate parole come "inferno" e "aborto"; Bradbury ci mise 13 anni ad accorgersene e pretese il ripristino della versione originale. Per quanto sia difficile immaginare una compagnia teatrale odierna che usi uno degli adattamenti di Shakespeare realizzati da Bowdler, assistiamo a un ritorno dei poliziotti del linguaggio. Non solo con un Huckleberry Finn espurgato, ma anche con tentativi politici di porre un freno al linguaggio riprovevole. L´anno scorso, è apparsa sul Boston Globe la notizia che i legislatori, in California, hanno votato e poi rinviato una risoluzione che stabiliva la settimana senza parolacce; che nella Carolina del Sud si è discussa una legge radicale contro la bestemmia e che dei gruppi conservatori, come il Parents Television Council, si sono lamentati per le volgarità che si insinuano negli spettacoli dei network televisivi in fasce orarie protette.
Tuttavia, anche se James V. O´Connor, autore del libro Cuss Control (Il controllo della parolaccia), sostiene che la gente può e deve trovare delle parole sostitutive, perfino il suo sito web concede una "licenza poetica" a Rhett Butler in "Via col vento". "Francamente, mia cara, non me ne importa un cavolo"? Questo non si dice!




* Michiko kakutani è la più importante critica letteraria del NewsYork Times


 
 
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